Vi è una significativa discrepanza tra i valori ambientali dei consumatori e il loro effettivo comportamento d’acquisto nel settore tessile: è quanto emerso da un’indagine sull’impatto del fast fashion, che ha coinvolto centinaia di partecipanti in Italia, Spagna e Grecia.

Lo studio condotto da Legambiente nell’ambito del progetto VERDEinMED – nato per affrontare la montagna di rifiuti tessili e il loro impatto ambientale nel Mediterraneo – evidenzia che, nonostante la consapevolezza sull’impatto ambientale del fast fashion sia in aumento, la mancanza di trasparenza e le pressioni del sistema moda rimangono i principali ostacoli verso un consumo sostenibile.

Fast fashion, i consumatori chiedono più trasparenza

I dati – spiega Legambiente in una nota – rivelano un evidente “Value-Action Gap“, ossia il divario tra valori e azioni: nel 42,4% delle interviste si dichiara di prestare poca o nessuna attenzione alla sostenibilità durante l’acquisto di prodotti tessili. Tuttavia, la maggior parte delle persone si dice assolutamente favorevole all’acquisto di fibre sostenibili e disposta a cambiare le proprie abitudini per proteggere l’ambiente.

Inoltre, sebbene il 69% degli intervistati dichiari di leggere le etichette, questa percentuale diminuisce drasticamente con il calare dell’età, mentre il 34,6% ritiene che le informazioni riportate siano spesso incomplete o poco trasparenti. Per questo i consumatori chiedono dati chiari sull’origine delle materie prime, sui processi produttivi e sulle condizioni di lavoro. Dalle interviste emerge quindi una discrepanza fra ciò che si pensa e ciò che si fa effettivamente quando ci si trova in un negozio.

I dati Eurostat indicano che oltre il 30% delle importazioni di tessile e abbigliamento extra-UE provenga dalla Cina (seguita da Bangladesh, Turchia, India e Cambogia), ma circa un quarto degli intervistati (25,4%) non ha idea della provenienza dei propri vestiti. E nel campione un buon 50% è composto da persone sotto i 18 anni. Tra i punti chiave dell’indagine, infine, la gestione dei rifiuti. Sul fine vita dei prodotti regna l’incertezza: il 41,1% dei partecipanti non sa come vengano gestiti i rifiuti tessili nella propria regione o città.

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